
“Chi dice e chi tace” di Chiara Valerio (Sellerio)
Chiara Valerio è nata a Scauri (1978), credo insegni a Venezia e forse vive a Roma. “Chi dice e chi tace” è ambientato nel suo paese natale, dotato di “una grazia scomposta” che viene ricostruita non senza stupore, determinazione e nostalgia da Lea, voce narrante.
Lea avvocata, forse specchio dell’autrice, e il marito fisico sono i soli laureati della loro compagnia, rimasti a Scauri, dopo gli studi fatti altrove. Scauri è un luogo di confine, l’ultimo paese del Lazio, un posto-rifugio dove anche una donna come Vittoria può lasciarsi alle spalle Roma, feste, festini e il suo matrimonio per una vita nuova da condividere con la giovane Mara.
Lea, che non accetta la versione della morte accidentale di Vittoria nella vasca da bagno, scoprirà aspetti dell’amica che ignorava e che altri invece custodivano con discrezione. Quanta Michela Murgia c’è in Vittoria, nel suo essere esempio, nella sua generosità e nelle sue scelte?
La scrittura di Chiara Valerio è essenziale eppure poetica. La storia evolve con rivelazioni come soffi di vento che spogliano con garbo corolle di preconcetti. “Chi dice e chi tace” è stato finalista al premio Strega 2024. I post su IG dell’autrice sono illuminanti così come i suoi interventi in radio, tv, carta stampata, … Le parole che usa per presentare i fatti e per offrire un’interpretazione non banale e mai miope è preziosa proprio dove spezza l’idea di confine a favore dell’essere umani. Non ho letto altri libri. Recupererò.

“Scrittori al veleno” di Nicola Lecca (Mondadori)
Invidio all’autore la costruzione del romanzo: le prime 140 pagine sono un set televisivo e mi hanno tenuta incollata alla storia, leggera e divertente. Avrei invece evitato alcuni paragoni a tragici fatti di cronaca realmente accaduti. Il personaggio principale è Antonina Pistuddi scrittrice sarda di 50 anni con un solo titolo di grande successo ma ben presto dimenticata: è l’editoria, bellezza!
Antonina è sospettata dell’omicidio di 4 giovani, ospiti, come lei, a Villa Solitudine, un centro a tutela della poesia e della letteratura a Manarola. Perché è in uno studio televisivo? La più famosa giornalista d’inchiesta della BBC la mette sotto pressione per cercare di estorcerle una confessione in diretta tv. Perché ha cucinato il risotto ai funghi che ha avvelenato i ragazzi? Per invidia perché vendevano milioni di copie di libri? Di nazionalità diverse, uno era influencer, uno modello, una cantante e una ex escort e oggi parlamentare. Il finale è divertente e il sospetto di avere a che fare con cibo avvelenato ritorna a più riprese.
“Una brava scrittrice non interessa più nessuno, una possibile assassina invece incuriosisce il mondo intero” lo dice Antonina stessa e ne fa tesoro, tornando in auge con un nuovo libro “L’avvelenatrice” ispirato alla tragedia a Villa Solitudine, da cui un film e premi. L’autore ammicca nella nota a fine libro: “nessun film è stato ancora realizzato su questa vicenda romanzesca”. Ma credo che una miniserie tv avrebbe successo! Il romanzo lascia inoltre spazio alla narrativa di viaggio, aspetto che apprezzo sempre molto.
Nicola Lecca (Cagliari 1976), pubblica da vent’anni con Mondadori. I suoi libri sono stati pubblicati in Europa e in Brasile. Con la sua opera d’esordio “Concerti senza orchestra” (Marsilio 1999; Il Maestrale 2023) è stato finalista del premio Strega e ha ricevuto il premio Hemingway per la letteratura.

“Fondamenta degli Incurabili” di Iosif Brodskij (Adelphi)
Ringrazio mia figlia per avermene parlato e per aver lasciato così nella mia memoria da pesce rosso se non il ricordo chiaro almeno un insistente tarlo.
Acquistato al bookshop dell’Arsenale nel giorno del mio compleanno di quest’anno, il prezioso librino mi è saltato tra le mani per rubarmi i sensi, rispedendoli a Venezia.
Me li riprenderò d’inverno, stagione prediletta dall’autore, avvolta nella nebbiolina e magari scivolando in una notte silenziosa tra i rii per vedere l’architettura dalla prospettiva dell’acqua. Sarebbe la mia prima volta su una gondola.
L’acqua è l’elemento, è tempo e bellezza, uno specchio dove la luce del giorno dura di più rispetto alle calli e ai campi, uno specchio che tutto riflette e ricompone a ogni passaggio di traghetti e altri natanti, uno specchio che cattura la nostra immagine e ci costringe a guardarci negli occhi.
Brodskij scrive un diario del suo diciassettesimo inverno a Venezia, condito di guizzi letterari. Credo abbia influenzato Tiziano Scarpa (Venezia è un pesce è la guida turistica per eccellenza), ma rimane insuperato.
Avessi letto Fondamenta degli Incurabili prima di scrivere Controcanto ne sarei rimasta contagiata e condizionata. Sono felice invece di essermelo goduto e di averlo sottolineato e disegnato per ritrovare passi da rileggere. Anche Brodskij, come il mio Manrico, ha una sua idea su come arginare il mare di umanità a distanza di sicurezza da Venezia! In tempo di overtourism estivo, basterebbe tenersi lontano dalle solite mete, ma la stagione “sbagliata” credo regali magia.
Iosif Brodskij, nato nel 1940 in Russia, esiliato nel 1972, premiato con il Nobel per la letteratura 1987, morto nel 1996 a New York.

“Lucy davanti al mare” di Elisabeth Strout (Einaudi)
Ho chiuso con Strout a meno che non ritorni Olive Kitteridge come protagonista dei suoi romanzi e Lucy Barton sparisca a godersi il suo rigurgito romantico. Comincio a detestare i romanzi che hanno per protagonista uno scrittore o una scrittrice e Lucy è una scrittrice. In “Lucy davanti al mare” viene “rapita” dall’ex marito William che la “salva” dal Covid (ma lei non si rende conto che sta girando il virus) convincendola a lasciare New York (dove viveva con il secondo marito appena morto) per il Maine. Insomma, Lucy si lascia guidare da William che decide per lei direttamente o tramando alle spalle anche con l’aiuto delle figlie, che sembrano comunque più lucide della madre e la mettono amorevolmente in guardia dal decisionismo paterno. Tant’è: Lucy convive con William fino a ritornare nello stesso letto e annunciare alle figlie il ricongiungimento.
Che cosa mi ha indispettito? La storia. Il Covid è un protagonista del romanzo e lo è stato nella vita di tutti noi. Ricordo i lock down, la depressione dei giovani, le situazioni famigliari soffocanti per la convivenza h24. Ho immaginato quanti casi di persone che si sono sentite in gabbia con il proprio secondino… Insomma, la storia di Lucy mi sembra un insulto a chi ha vissuto male un periodo difficile.
Buona vita a Lucy! Ma ridatemi Olive, la ruvida insegnante in pensione, capace di sostenere i suoi vecchi studenti a distanza di anni per quella frase illuminante: “Non abbiate paura della vostra fame. Se ne avrete paura, sarete soltanto degli sciocchi qualsiasi”. Incoraggio Olive vs Lucy.
Elisabeth Strout Premio Pulitzer per Olive Kitteridge (!) che ho amato. Ho letto anche Olive, ancora lei, Tutto è possibile, Oh William!

“Baumgartner” di Paul Auster (Einaudi)
Dopo aver letto romanzi di Paul Auster che ho amato infinitamente, con “Baumgartner” ho creduto di avere bisogno di una pausa dal mio autore preferito.
Questo romanzo non mi ha acchiappato. Auster mi aveva abituato troppo bene e qui… Nessuna frase memorabile e rari passaggi intriganti. Mi è piaciuta l’introduzione di date significative per la storia, forse perché una è il 22 novembre, omicidio di Kennedy ma anche due compleanni per me importanti.
Il racconto gira intorno a 4 donne del protagonista: la madre, la moglie, la mancata seconda moglie, una studentessa che sta arrivando a casa sua (lui 72enne e lo scrittore 76…) per visionare gli scritti inediti della defunta moglie, poetessa non pubblicata, per la sua tesi.
Tutto fa presagire un prosieguo con continue sovrapposizioni tra la moglie e la ragazza che si assomigliano. Avrei preferito una conclusione capace di sorprendermi. Invece la storia non finisce e sembrerebbe rimandare alla prossima uscita. Che non ci sarà perché Paul Auster è morto il 30 aprile 2024 e io sono rimasta orfana.
Paul Auster (1947-2024). Tra i suoi libri che ho letto, consiglierei “Trilogia di New York”, “Follie di Brooklin”, “Mr Vertigo”, “Diario d’inverno” e “4321”

“Ferrovie del Messico” di Gian Marco Griffi (Laurana Editore)
Un romanzo enciclopedico giocoso e commovente che si svolge ad Asti, Repubblica Sociale Italiana nel febbraio 1944 e su e giù per le ferrovie del Messico tra gli anni Venti e Trenta. Ha riscosso grande successo a giudicare dalle copie vendute e dalle ristampe. Io l’ho letto. Ho letto le oltre 800 pagine e, devo ammettere, a tratti con insofferenza: troppi elenchi, troppe descrizioni, troppe ripetizioni. Il racconto ha una trama intrigante ma l’avrei preferito dimezzato. Il protagonista narratore è tormentato dal mal di denti (bella idea!) che lo accompagna fino alla risoluzione del suo compito e, quindi, alla fine del romanzo. Una manciata di pagine sono indimenticabili e di alto lirismo (pp. 700-705): raccontano di Giustina, una brutta storia di umiliazione e violenza. (Giustina è il nome anche della protagonista del mio romanzo “Controcanto”). Alcuni espedienti narrativi sono vere chicche: la parola d’ordine tratta dal cruciverba, Steno che nuota fino in Islanda, la dissertazione sui colori che si impossessano del colorato e il macabro colpo al golf.
Gian Marco Griffi vive ad Asti ed è direttore del Margara golf club. Ha scritto: “Più segreti degli angeli sono i suicidi” e “Inciampi”.

“I racconti di Alessandra” di Alessandra Vasconi (Libeccio edizioni)
La scrittura di Alessandra è semplice e diretta come dovrebbero essere i nostri pensieri, troppo spesso ingarbugliati in matasse emotive che ne rendono complicata la restituzione.
I suoi racconti, intrisi di delicatezza e sensibilità, sono frutto di fantasia, ma ogni lettrice e ogni lettore non faticherà a riconoscere situazioni domestiche o in cui si sono trovati conoscenti o descritte da inviati delle pagine di cronaca.
Alessandra rende omaggio a Torino, città che ama, palcoscenico ideale e comfort zone, nella quale fa gironzolare i suoi lettori e i suoi protagonisti, molti dei quali potenziali scrittori, come a indicare l’urgenza di una narrazione come filtro per comprendere la realtà.
Il racconto che più ho apprezzato è “Il troppo stroppia”: godibilissimo nello stile e nella costruzione, ironico e pungente, potrebbe essere perfetto per una trasposizione teatrale.
Alessandra Vasconi è una commercialista che non ha resistito al richiamo della scrittura. Ha esordito con due libri per bambini “Stellina (e la luna)” e “Cuoricino (e la luna)”

“L’isola di Arturo” di Elsa Morante (ET Einaudi)
È il racconto di un anno che cambia la vita a un ragazzo di 15 anni: cambiano i suoi rapporti con il padre, con le donne, con sé stesso e con Procida che lascerà alle sue spalle e, con l’isola, la sua adolescenza.
Il narratore è lui, Arturo Gerace. Si presenta rivelando che porta il nome di una stella. La stella è un indizio, un gancio ricorrente nell’architettura del romanzo che si apre con Arturo, passa da altre situazioni e diverse prospettive (in cima alla fortezza c’è una bandiera con una stella) e finisce con il cognome dell’amante del padre, il giovane Tonino Stella.
Le descrizioni sono bellissime. I personaggi memorabili. La scrittura ovviamente contaminata dal linguaggio che ammicca solo al dialetto eppure ne fa percepire tutta la sonorità. Gli stati d’animo sono tratteggiati a tratti veloci e risultano semplicemente perfetti.
Elsa Morante (1912-1985) è stata un’autrice “urticante” e per questo l’adoro. Inizia a scrivere L’isola di Arturo nel ’52 e, pubblicato nel ’57, vince il Premio Strega. L’ultimo soggiorno a Procida è nel 1975. Il suo best seller La Storia ha venduto nel primo anno di uscita un milione di copie e poi a un ritmo di 7 mila all’anno attirando invidia e critiche a non finire. Possiamo escludere anche un pregiudizio di genere?
